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Le peggiori pratiche di gestione del potere sembrano essersi affermate anche tra alcuni radicali


di Massimiliano Iervolino, Giulia Crivellini e Igor Boni

Le peggiori pratiche di gestione del potere, le stesse che Marco Pannella ha denunciato per cinquant’anni, sembrano essersi affermate anche tra alcuni radicali.

Giovedì scorso, nelle ore precedenti al comitato nazionale che doveva decidere sul regolamento del prossimo congresso, in una manciata di ore sono arrivate quasi novanta iscrizioni (pari a un quinto delle iscrizioni di un anno intero), la maggior parte delle quali riguardavano persone che non avevano mai avuto nulla a fare col movimento, cioè non risultavano presenti nell’indirizzario costituito da oltre 100mila persone e frutto di anni di appelli, raccolte firme e piccoli contributi; peraltro, circostanza non trascurabile, si trattava in larga misura di iscrizioni di under 28, a quota ridotta rispetto alle iscrizioni ordinarie.

Questa ondata estremamente anomala di iscrizioni è arrivata, guarda caso, dopo che era circolata una bozza informale di regolamento tra i membri del comitato nazionale in cui si ipotizzava che solo chi si fosse iscritto entro la mezzanotte di giovedì stesso avrebbe potuto partecipare e votare al congresso online, senza presentarsi a Rimini.

A meno che non si decida di fare finta di niente, quello che è successo è chiarissimo: qualcuno ha promosso una vera e propria iscrizione di massa, confidando nel fatto che questo gli avrebbe consentito di disporre di un rilevante numero di voti congressuali senza neppure dover convincere le persone interessate a spostarsi da casa propria.

Senonché il comitato, riunitosi in serata, ha fissato al giorno precedente il termine ultimo di iscrizione che avrebbe consentito alle persone di votare online, e dunque il tentativo di scalata del movimento attuato con questa iniziativa è sfumato: ma non è detto, visto l’esiguo numero di persone che in un partito piccolo come il nostro può determinare l’esito di un congresso, che il tentativo non si ripeta in presenza, a Rimini, e quindi che dai “pullman virtuali” si passi direttamente a quelli fisici.

È bene dirlo da subito con la massima chiarezza: si tratta di operazioni formalmente legittime, ma del tutto abusive sul piano politico. Si vuole vincere un congresso non convincendo la comunità dei radicali, dei militanti e degli iscritti che ogni anno discute e sceglie il percorso dell’anno successivo, ma portando “truppe” che in tutti questi anni non hanno trovato il modo di firmare o donare su alcuna iniziative tra le decine proposte dal movimento.

Senza alcun rispetto per la storia di questo partito, che si batte da cinquant’anni contro le peggiori pratiche partitocratiche che hanno segnato la storia del paese, senza alcun riguardo per le tante compagne e i tanti compagni che continuano a interpretare in modo genuino il senso della partecipazione individuale alla vita del partito, senza remore nei confronti dei militanti che ogni giorno danno corpo alle nostre iniziative con generosità e dedizione, si sceglie la forza dei numeri, a prescindere dal modo in cui essi vengono messi insieme, per imporre agli altri la propria volontà.

Questo metodo rischia di trasformare il nostro congresso in un vergognoso “votificio”, riproducendo dinamiche che come radicali abbiamo subito e denunciato più volte.

È un metodo che calpesta la nostra storia, la nostra visione e le nostre lotte, che fa strame del dialogo nonviolento e democratico, che strumentalizza le regole svuotandole del loro significato e piegandole al proprio tornaconto.

Le nostre regole interne, infatti, prevedono l’apertura totale alla democrazia per gli organi dirigenti, con un congresso annuale a data fissa, con una leadership condivisa e decisa dai nostri iscritti: con la tessera di Radicali italiani si ha un potere diretto sul futuro della nostra comunità e delle nostre battaglie. Scegliere la democrazia per un movimento oggi più che mai ha un valore politico, mentre buona parte degli altri partiti si organizza intorno a leadership non scalabili.

Ma la democrazia ha bisogno di rispetto, di responsabilità, altrimenti è l’intera comunità ad andare in frantumi. Tutto ciò che sta accadendo è inaccettabile e perciò lo denunciamo: per rendere giustizia a quello che siamo, per onorare la “diversità”, l’alterita’, che abbiamo sempre praticato e rivendicato, per non disperdere il senso delle battaglie che ci hanno visto impegnati in questi anni.