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Il fallimento del carcere e l’urgente necessità di superarlo


Articolo di Giulia Crivellini, tesoriera di Radicali Italiani e Alessandro Capriccioli, segretario Radicali Roma, pubblicato su il Dubbio del 29 agosto 2023

Forse, mentre settembre si avvicina, è arrivato il momento di scegliere: prodursi nell’ennesima (e fondatissima) denuncia sull’estate infernale che è puntualmente andata in scena nelle carceri del nostro Paese, magari elencando una serie di (ragionevolissime) misure che sarebbe opportuno adottare per migliorare le condizioni di vita delle persone ristrette nei nostri istituti penitenziari. Oppure spingersi finalmente qualche metro più in là, fino a farsi qualche domanda sulla capacità dell’istituzione carcere, in quanto tale, di corrispondere alla finalità di “rieducazione” – meglio sarebbe dire, utilizzando un lessico più contemporaneo, di “risocializzazione” – che l’articolo 27 della Costituzione repubblicana assegna alle “pene”.

L’utilizzo della parola al plurale, a ben guardare, è tutt’altro che un caso, perché rivela un fatto di enorme importanza, troppo spesso sottovalutato: anche nelle intenzioni dei padri costituenti, non soltanto nei vaneggiamenti di qualche estremista, il carcere non rappresenta necessariamente l’unico “trattamento” possibile per il “recupero” degli autori di reato, ossia per (tentare di) fare in modo che chi ha sbagliato una volta non ripeta il proprio errore, garantendo così non soltanto una seconda possibilità a coloro che hanno infranto la legge, ma anche – e questo è il dato che i più accaniti fautori della punizione come unica vocazione della pena si ostinano colpevolmente a ignorare – una maggiore sicurezza alle potenziali vittime delle loro azioni.

I dati, raccolti ed elaborati nei decenni da chi, come i Radicali, delle carceri si occupa da sempre, dimostrano in modo inequivocabile che il carcere è uno strumento oggettivamente fallimentare: anche non volendo prendersi la briga di andare a verificare di persona le condizioni disumane che caratterizzano la vita delle persone all’interno di questi luoghi (cosa che, a onor del vero, dovrebbe essere un dovere per tutti coloro che ricoprono una carica istituzionale), sarebbe sufficiente dare un rapido sguardo ai disastrosi dati sulla recidiva, cioè alla percentuale di rei che una volta scontata la pena tornano a delinquere e a quelli sul sovraffollamento per rendersi conto che siamo di fronte a una macchina che produce dolore, sofferenza e morte senza ottenere alcun risultato utile per la comunità. Il carcere è per tutti ma non serve a nessuno. Non serve a chi lo abita, non serve a chi dovrebbe trovare ristoro dalla pena, non serve, nella gran parte dei casi, a prevenire.

E allora parlare di abolizione, o di carcere come extrema ratio, per usare un’espressione più “rassicurante”, non appare più come un’istanza visionaria, ma diventa la conseguenza logica dell’osservazione di quello che abbiamo davanti agli occhi e l’assunzione della doverosa responsabilità di affrontarlo in modo efficace, senza abbandonarsi alla logica degli slogan e della retorica a buon mercato.

Mettere in discussione il carcere, cioè quella che tra le possibili “pene” di cui parla l’articolo 27 della Costituzione continua a insistere sulla carne delle persone in modo non dissimile, perlomeno sul piano concettuale, dalle punizioni corporali in voga fino a due secoli fa, è dunque la più ragionevole delle istanze: e il tentativo di farla apparire come un’idea folle e irresponsabile, anziché come la conseguenza della realtà, è la cifra di una classe politica che ha da tempo rinunciato ad affrontare il problema dei reati (e dunque della sicurezza pubblica) con qualche speranza di ottenere risultati concreti. Sostituirlo con misure alternative più efficaci e in grado di rispondere alle esigenze di sicurezza diviene allora la strada politica da perseguire.

Se a tutto questo si aggiunge ciò che per molti, specie di questi tempi, è diventato quasi un dettaglio, ossia lo Stato di diritto, cui non è possibile abdicare “a pezzi” senza vederlo crollare nella sua interezza, si comprende come il dibattito sull’abolizione del carcere sia ormai improcrastinabile. E come qualsiasi rimedio estemporaneo che non metta in discussione la prigione quale istituzione totale, per questo incapace di qualsiasi “rieducazione” o “recupero”, non possa che rappresentare un pannicello caldo di poca, o nulla utilità concreta.