Una svolta incompresa però servirà

Dalla Rassegna stampa

Con i loro pesanti ribassi le Borse europee accusano il presidente della Bce di non essere passato dalle parole ai fatti. Ma, in questo caso, i mercati hanno torto. Draghi ha dato tutto quello che poteva dare, salvaguardando l’autonomia della Banca centrale europea dati i vincoli politici e istituzionali dell’Europa di oggi. Dal Consiglio direttivo della Bce i più ottimisti si aspettavano un taglio dei tassi di riferimento per i mercati finanziari. Ma ormai il tasso sulle operazioni di rifinanziamento principale è allo 0,75 per cento e quello sui depositi delle banche presso la Bce è stato azzerato. Il rischio di insolvenza che incombe sul governo spagnolo e anche su quello italiano non deriva quindi dai tassi della Bce ma dallo spread, dalla differenza tra il tasso che pagano i governi dei Paesi a rischio per finanziarsi e il tasso che paga il governo tedesco. Un altro taglio dei tassi non avrebbe nemmeno scalfito lo spread. C’era anche la speranza che Draghi annunciasse una riedizione del Securities market program dell’estate 2011 quando la Bce di Trichet si impegnò ad acquistare sul mercato secondario, e quindi a sostenere, il valore di mercato dei titoli dei debiti spagnoli e italiani. Ma contro il rischio di insolvenza di un Paese a poco servono programmi temporanei e di portata limitata, perché i programmi e gli aiuti finiscono e la situazione torna quella di prima. D’altra parte, però, un impegno illimitato della Bce a sostenere Spagna e Italia —auspicato dal Nobel Paul Krugman e da altri autorevoli economisti in giro per il mondo— sarebbe in contrasto con i trattati europei che vietano alla Bce di finanziare il deficit pubblico dei Paesi europei sul mercato primario dei titoli pubblici. E poi un supporto incondizionato della Bce ai governi farebbe sciogliere come neve sotto il solleone di agosto i piani di rientro dal debito pubblico messi faticosamente in cantiere nei vari Paesi europei sotto i colpi dello spread. È il rischio dell’irresponsabilità politica di fronte alla crisi attuale che la Bundesbank e una gran parte dell’opinione pubblica tedesca paventano quando si oppongono ad allargare i piani di salvataggio nell’eurozona e a dare la licenza bancaria al fondo salva Stati di domani. Dell’iniezione di fiducia che tanto aveva infiammato i mercati dopo il 26 luglio, rimane il tanto o poco già contenuto nelle parole di Draghi di ieri e di oggi. La Bce farà —in autonomia e senza subire diktat dai governi—«whatever it takes», tutto quello che serve, per preservare l’euro. Oggi è troppo poco per i mercati. Ma di fronte agli ostinati veti di un’Europa politica che non riesce a trovare le ragioni dell’unità nemmeno sull’orlo del precipizio, la flessibilità discrezionale proposta da Draghi ha due vantaggi che mercati meno nervosi potrebbero apprezzare. Prima di tutto, non vincolandosi a interventi specifici, il presidente della Bce non chiude nessuna porta agli interventi di domani. E poi ricorda alla politica una verità fondamentale: che la possibilità e la richiesta dei salvataggi, con le loro conseguenze piacevoli e spiacevoli, non stanno tanto alla Bce, ma ai governi e ai loro elettori.] Con i loro pesanti ribassi le Borse europee accusano il presidente della Bce di non essere passato dalle parole ai fatti. Ma, in questo caso, i mercati hanno torto. Draghi ha dato tutto quello che poteva dare, salvaguardando l’autonomia della Banca centrale europea dati i vincoli politici e istituzionali dell’Europa di oggi.

Dal Consiglio direttivo della Bce i più ottimisti si aspettavano un taglio dei tassi di riferimento per i mercati finanziari. Ma ormai il tasso sulle operazioni di rifinanziamento principale è allo 0,75 per cento e quello sui depositi delle banche presso la Bce è stato azzerato. Il rischio di insolvenza che incombe sul governo spagnolo e anche su quello italiano non deriva quindi dai tassi della Bce ma dallo spread, dalla differenza tra il tasso che pagano i governi dei Paesi a rischio per finanziarsi e il tasso che paga il governo tedesco. Un altro taglio dei tassi non avrebbe nemmeno scalfito lo spread. C’era anche la speranza che Draghi annunciasse una riedizione del Securities market program dell’estate 2011 quando la Bce di Trichet si impegnò ad acquistare sul mercato secondario, e quindi a sostenere, il valore di mercato dei titoli dei debiti spagnoli e italiani.

Ma contro il rischio di insolvenza di un Paese a poco servono programmi temporanei e di portata limitata, perché i programmi e gli aiuti finiscono e la situazione torna quella di prima. D’altra parte, però, un impegno illimitato della Bce a sostenere Spagna e Italia —auspicato dal Nobel Paul Krugman e da altri autorevoli economisti in giro per il mondo— sarebbe in contrasto con i trattati europei che vietano alla Bce di finanziare il deficit pubblico dei Paesi europei sul mercato primario dei titoli pubblici. E poi un supporto incondizionato della Bce ai governi farebbe sciogliere come neve sotto il solleone di agosto i piani di rientro dal debito pubblico messi faticosamente in cantiere nei vari Paesi europei sotto i colpi dello spread. È il rischio dell’irresponsabilità politica di fronte alla crisi attuale che la Bundesbank e una gran parte dell’opinione pubblica tedesca paventano quando si oppongono ad allargare i piani di salvataggio nell’eurozona e a dare la licenza bancaria al fondo salva Stati di domani. Dell’iniezione di fiducia che tanto aveva infiammato i mercati dopo il 26 luglio, rimane il tanto o poco già contenuto nelle parole di Draghi di ieri e di oggi. La Bce farà —in autonomia e senza subire diktat dai governi—«whatever it takes», tutto quello che serve, per preservare l’euro. Oggi è troppo poco per i mercati. Ma di fronte agli ostinati veti di un’Europa politica che non riesce a trovare le ragioni dell’unità nemmeno sull’orlo del precipizio, la flessibilità discrezionale proposta da Draghi ha due vantaggi che mercati meno nervosi potrebbero apprezzare. Prima di tutto, non vincolandosi a interventi specifici, il presidente della Bce non chiude nessuna porta agli interventi di domani. E poi ricorda alla politica una verità fondamentale: che la possibilità e la richiesta dei salvataggi, con le loro conseguenze piacevoli e spiacevoli, non stanno tanto alla Bce, ma ai governi e ai loro elettori.

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